
Dietro le disavventure del ragionier Ugo Fantozzi si cela un ritratto sorprendentemente attuale della condizione umana. Il lavoro, la famiglia, il bisogno di essere accettati, la paura di ribellarsi e la difficoltà di riconoscere il proprio valore: Paolo Villaggio ha raccontato tutto questo attraverso una comicità che, a distanza di oltre cinquant’anni, continua a farci ridere e riflettere.
Sono trascorsi più di cinquant’anni dall’uscita del primo Fantozzi, diretto da Luciano Salce nel 1975, eppure le disavventure del ragioniere più famoso del cinema italiano continuano a divertire generazioni di spettatori. Le sue battute sono entrate nel linguaggio quotidiano, molte scene vengono riproposte continuamente sui social e l’aggettivo “fantozziano” è diventato di uso comune per descrivere situazioni particolarmente grottesche, umilianti o paradossali.
Riguardando quei film con uno sguardo diverso viene però spontaneo chiedersi se Paolo Villaggio volesse soltanto farci ridere. La risposta, a mio avviso, è molto più complessa. Dietro l’esagerazione, le cadute rovinose, le sfortune improbabili e le umiliazioni pubbliche si nasconde una rappresentazione tutt’altro che superficiale dell’essere umano. Villaggio porta sullo schermo un uomo comune, con i suoi desideri, le sue frustrazioni, le sue debolezze e una continua necessità di sentirsi riconosciuto dagli altri. Un uomo che vorrebbe migliorare la propria condizione, ma che spesso non trova il coraggio, o forse neppure gli strumenti, per farlo.
Fantozzi, da un lato, è vittima della società, dall’altro un individuo che, attraverso le proprie contraddizioni, contribuisce talvolta a mantenere in vita i meccanismi dai quali vorrebbe liberarsi. È proprio questa caratteristica a renderlo un personaggio tanto interessante: non è un eroe perseguitato da un mondo ingiusto, né uno sciocco incapace di comprendere ciò che gli accade, bensì un uomo che cerca faticosamente di vivere dentro un sistema di regole, aspettative e gerarchie che ha finito per considerare inevitabili.
La genialità di Villaggio consiste nell’aver trasformato questa condizione in una commedia popolare, facendo emergere, attraverso il ridicolo, problemi che appartengono alla psicologia, alla sociologia e, per molti aspetti, anche alla grande letteratura del Novecento.
La Megaditta, i colleghi e il linguaggio della sottomissione
Uno degli elementi più interessanti dell’universo fantozziano è certamente la Megaditta. Non si tratta infatti semplicemente di un’azienda nella quale lavora un impiegato particolarmente sfortunato, ma rappresenta una società in miniatura, con una gerarchia rigidissima, rituali collettivi, obblighi più o meno espliciti e un sistema di riconoscimenti che stabilisce continuamente chi abbia valore e chi, invece, debba limitarsi a obbedire.
I dirigenti vengono presentati come figure quasi irraggiungibili. I loro titoli sono esasperati fino al grottesco: Megadirettori, Direttori Naturali, personalità Galattiche. La sproporzione è evidentemente comica, ma non è priva di significato. Quanto più il superiore viene innalzato linguisticamente, tanto più il dipendente viene ridimensionato.
Lo stesso Fantozzi, infatti, sembra non avere neppure il diritto di conservare il proprio cognome. Viene continuamente chiamato Fantocci, Pupazzi, Bambocci e in altri modi. Ogni volta prova, timidamente, a correggere l’interlocutore, ma quasi nessuno sembra interessato a ricordare come si chiami davvero. Potrebbe sembrare una gag secondaria. In realtà è un meccanismo linguistico molto significativo.
Il nome proprio è uno degli elementi fondamentali dell’identità personale. Chiamare correttamente qualcuno significa riconoscerlo come individuo, attribuirgli una precisa collocazione all’interno della relazione. Storpiarne sistematicamente il nome, soprattutto quando esiste un’asimmetria di potere, può diventare invece una forma di svalutazione.
Fantozzi non protesta davvero. Cerca di correggere, balbetta, si giustifica, ma finisce quasi sempre per accettare anche questa umiliazione. Il superiore può permettersi di non ricordare il suo nome; lui, al contrario, deve conoscere perfettamente titoli e appellativi di chi occupa una posizione più elevata. La comicità nasce anche da questa sproporzione.
Come ha osservato il linguista Enzo Caffarelli in un approfondimento pubblicato da Treccani sull’onomastica fantozziana, persino i nomi e i titoli dei personaggi costituiscono una componente essenziale dell’universo narrativo di Villaggio. Non è casuale, del resto, che Fantocci richiami immediatamente fantoccio, parola che, nel suo significato figurato, può indicare una persona priva di autonomia, facilmente manovrabile dagli altri.
Altrettanto interessante è il modo in cui Fantozzi si rivolge ai colleghi. Con il ragionier Filini, probabilmente la persona più vicina a un amico all’interno della Megaditta, mantiene il “Lei”. I due trascorrono insieme moltissimo tempo, partecipano a partite di tennis, gite, manifestazioni sportive e iniziative aziendali, ma continuano a rivolgersi l’uno all’altro attraverso formule di cortesia.
Naturalmente bisogna considerare anche il contesto storico. Nell’Italia impiegatizia del secondo Novecento il “Lei” era molto più diffuso di oggi, anche tra persone che si conoscevano da anni. Non possiamo quindi interpretarlo automaticamente come segno di subordinazione o di freddezza affettiva.
Nel mondo di Fantozzi, tuttavia, questa formalità acquista un valore ulteriore. Il rapporto tra i colleghi sembra non riuscire mai a liberarsi completamente dalla cornice professionale. Filini rimane il ragioniere o il geometra Filini; Fantozzi rimane il ragioniere Fantozzi. Persino l’amicizia continua a esprimersi attraverso i titoli e le convenzioni dell’ufficio.
Il “Lei” sopravvive anche nel rapporto con la signorina Silvani, nonostante l’attrazione che Fantozzi prova per lei. Il ragioniere la corteggia, sogna una relazione sentimentale, immagina situazioni di intimità, ma continua a chiamarla “signorina” e a rivolgersi a lei con deferenza. Nei film successivi, in particolare in Fantozzi in paradiso (1993), il rapporto tra lingua e distanza sociale emerge in una scena particolarmente significativa. Quando la signorina Silvani gli dice “Bevi!”, Fantozzi, sorpreso, le domanda: “Signorina… mi dà del tu?”. Lei risponde: “No, è congiuntivo!”, commettendo però un errore grammaticale, poiché “bevi” è un imperativo alla seconda persona singolare, mentre la forma di cortesia richiederebbe “beva”.
L’equivoco suscita il riso, ma rivela anche quanto Fantozzi attribuisca importanza a un semplice cambiamento nel modo di rivolgersi a lui. Per un istante, quell’imperativo gli sembra il segnale di una maggiore confidenza, forse persino di un avvicinamento affettivo tanto desiderato. La risposta della Silvani, invece, ristabilisce immediatamente la distanza tra i due, mostrando come persino una forma verbale possa diventare, nelle relazioni umane, un segnale di vicinanza o di esclusione.
La lingua, in fondo, non serve soltanto a trasmettere informazioni. Serve anche a costruire i rapporti sociali, a mantenere le distanze, a manifestare vicinanza o rispetto. Fantozzi vive in un universo nel quale queste distanze sono continuamente ribadite, anche quando i rapporti dovrebbero diventare più personali.
Non tutti i colleghi, però, sono uguali. Filini è certamente invadente, spesso responsabile involontario di nuove disavventure, ma condivide con Fantozzi una posizione di debolezza. Diverso è il caso del geometra Calboni, arrivista, opportunista e molto più abile nel muoversi all’interno delle gerarchie aziendali. Calboni ricorre frequentemente alla confidenza, allo scherzo e alla presa in giro, mostrando come anche il linguaggio informale possa diventare uno strumento di prevaricazione.
La Megaditta, insomma, non è popolata esclusivamente da dirigenti oppressivi e dipendenti innocenti. Anche i colleghi partecipano, ciascuno a modo proprio, alla riproduzione delle gerarchie. Chi subisce il potere può cercare di esercitarne una piccola parte su qualcun altro, oppure collaborare involontariamente a un sistema che danneggia anche lui.
È un meccanismo sociale tutt’altro che scomparso. Nel lavoro come in altri contesti collettivi, la paura di perdere una posizione o di essere esclusi può portare le persone ad accettare comportamenti che, osservati dall’esterno, apparirebbero ingiustificabili. La subordinazione diventa particolarmente efficace quando non ha più bisogno di essere imposta continuamente, perché l’individuo ha imparato ad adattarsi da solo alle aspettative del gruppo.
L’inettitudine di Fantozzi, tra Svevo e Pirandello
Di fronte a questo personaggio viene spontaneo interrogarsi sulla sua natura. Fantozzi è semplicemente un uomo sconfitto dalla vita? Un “vinto”, per riprendere una categoria tanto importante nella nostra tradizione letteraria?
Non credo che quest’ultima definizione sia la più convincente, soprattutto se la intendiamo in senso propriamente verghiano. Fantozzi subisce certamente sconfitte continue, ma la sua condizione non dipende soltanto da forze sociali alle quali non può opporsi. Molto spesso è lui stesso a non riuscire a trasformare il proprio malcontento in una scelta diversa.
Mi sembra allora più interessante avvicinarlo, almeno per alcuni aspetti, alla figura dell’inetto, così centrale nella narrativa di Italo Svevo.
L’inetto sveviano è un individuo che fatica ad agire con coerenza, che vive una distanza continua tra ciò che vorrebbe essere e ciò che riesce effettivamente a fare. La riflessione, l’incertezza e l’incapacità di assumere decisioni definitive possono diventare ostacoli insuperabili.
Pensiamo a Zeno Cosini, protagonista della Coscienza di Zeno. Zeno comprende spesso le proprie contraddizioni, le analizza, cerca di giustificarle e promette continuamente a se stesso di cambiare. Ciononostante torna a ripetere comportamenti che conosce fin troppo bene.
Fantozzi, pur essendo costruito con strumenti narrativi completamente diversi, presenta qualcosa di simile. Si lamenta della Megaditta, ma ne ricerca l’approvazione. Sogna una vita diversa, ma continua a partecipare agli stessi rituali. Vorrebbe essere rispettato, ma finisce frequentemente per comportarsi in modo da confermare la propria posizione subordinata.
Non è incapace di desiderare il cambiamento. È incapace, molto spesso, di sostenerne le conseguenze.
Il confronto con Svevo diventa ancora più suggestivo quando osserviamo il rapporto di Fantozzi con la moglie Pina e con la signorina Silvani.
Pina e la Silvani: ciò che possiede e ciò che continua a desiderare
La famiglia di Fantozzi meriterebbe probabilmente più attenzione di quella che riceve nelle letture abituali della saga.
Pina, interpretata da Liù Bosisio nei primi film e successivamente soprattutto da Milena Vukotic, viene spesso ricordata come la moglie paziente, dimessa e poco attraente che attende il marito a casa e sopporta quasi ogni sua stravaganza. Ma ridurre Pina a questo ruolo significherebbe non cogliere una delle contraddizioni più importanti del protagonista.
Fantozzi è continuamente attratto dalla signorina Silvani. Per lei affronta sacrifici, imbarazzi, spese e umiliazioni. La idealizza al punto da continuare a corteggiarla nonostante le ripetute delusioni. La Silvani rappresenta una possibilità di evasione dalla propria vita, ma anche la speranza di sentirsi finalmente desiderato da una donna che egli considera socialmente più prestigiosa.
In questo rapporto il desiderio sentimentale si mescola continuamente al bisogno di riconoscimento.
Fantozzi, in realtà, attraverso di lei sembra cercare una versione migliore di sé, un Ugo finalmente capace di conquistare ciò che gli altri ottengono con apparente facilità.
Pina, invece, è già presente nella sua vita. È la moglie che lo accoglie, che si occupa della casa, che affronta quotidianamente le sue insofferenze. Fantozzi è spesso burbero nei suoi confronti, talvolta ingiusto, e mostra una considerazione piuttosto modesta per la propria famiglia. Dopo ogni disavventura, torna però a casa.
La differenza è significativa. La Silvani rappresenta un affetto da conquistare, Pina una relazione consolidata che Fantozzi tende a considerare garantita.
Viene da pensare, ancora una volta, a Zeno Cosini e al suo rapporto con Augusta. Anche Zeno trova nel matrimonio una stabilità che fatica ad apprezzare pienamente, tanto da intraprendere una relazione con l’amante Carla. Naturalmente i due personaggi non sono sovrapponibili, ma condividono una contraddizione: il desiderio di ciò che non possiedono convive con l’incapacità di riconoscere fino in fondo il valore di ciò che hanno.
Il comportamento di Fantozzi trova una spiegazione plausibile anche dal punto di vista psicologico. L’essere umano non attribuisce sempre maggiore valore alle relazioni che gli procurano maggiore serenità. Talvolta investe moltissime energie proprio nei rapporti incerti, nei quali l’approvazione dell’altro appare difficile da ottenere.
Questo non significa che Fantozzi ami realmente la Silvani più di quanto ami Pina. Significa che la Silvani rappresenta per lui un desiderio continuamente alimentato dalla frustrazione, mentre Pina appartiene a una dimensione familiare che egli considera ormai acquisita. E, tuttavia, Pina non può essere descritta come una donna disposta a sopportare indefinitamente qualsiasi comportamento.
Una delle scene più significative, e forse meno ricordate rispetto alle grandi gag della saga, compare in Fantozzi in paradiso, del 1993. Dopo anni di sopportazione, Pina si rivolge al marito e, con un linguaggio completamente diverso dal consueto, gli dice: “Mi hai rotto i coglioni!”.
È una frase sorprendente proprio perché viene pronunciata da lei. Pina ricorda al marito i quarant’anni trascorsi a sopportarlo, a servirlo, a subire i suoi umori e i suoi comportamenti domestici. La sua pazienza, che per gran parte della saga sembra inesauribile, lascia improvvisamente spazio alla rabbia.
La scena è comica, certamente, ma rivela qualcosa di importante: anche la persona più accomodante possiede un limite.
Fantozzi, abituato a subire umiliazioni nel mondo esterno, non sembra rendersi conto di quante frustrazioni faccia a sua volta vivere a chi gli sta accanto. È vittima sul lavoro, ma all’interno della famiglia può assumere atteggiamenti autoritari, svalutanti e profondamente ingiusti.
Questo aspetto impedisce di trasformarlo in una figura puramente innocente. Il suo comportamento dimostra piuttosto come la sofferenza subita in un contesto non renda automaticamente una persona più attenta alla sofferenza degli altri.
Pina, con quella frase, rompe un equilibrio consolidato: diventa una persona che rivendica il diritto di non essere continuamente mortificata.
D’altra parte, il rapporto fra i due aveva già mostrato tutta la propria complessità in Fantozzi contro tutti, del 1980, quando Pina si innamora del panettiere Cecco.
Fantozzi, che per anni aveva desiderato un’altra donna, scopre improvvisamente di poter perdere la propria moglie. E reagisce. La relazione familiare che aveva considerato scontata non gli appare più così stabile. Non si tratta necessariamente di un’improvvisa riscoperta romantica. Nella sua reazione convivono gelosia, orgoglio ferito, affetto e timore di perdere una presenza fondamentale. Pina è anche il suo rifugio.
In un mondo nel quale Fantozzi deve continuamente cercare approvazione, la casa rappresenta uno dei pochi luoghi nei quali la sua presenza non dipende dal giudizio dei superiori o dal consenso dei colleghi.
Anche il rapporto con Mariangela, sua figlia, e successivamente con la nipote Uga, viene raccontato attraverso un grottesco particolarmente crudele. L’aspetto fisico della figlia diventa motivo di derisione, secondo una comicità che oggi possiamo e dobbiamo osservare anche criticamente, soprattutto quando il corpo e la diversità vengono trasformati in bersagli del riso.
Mariangela non corrisponde ai modelli estetici e sociali che Fantozzi vorrebbe poter esibire. Il ragioniere sembra talvolta vergognarsi della propria famiglia, quasi che moglie e figlia confermassero pubblicamente il suo modesto prestigio sociale. Ma anche qui i sentimenti sono meno semplici di quanto appaiano: quando Mariangela viene umiliata, Fantozzi può reagire per difenderla, mostrando che il disagio e la vergogna sociale non cancellano necessariamente l’affetto paterno.
La famiglia Fantozzi è dunque un luogo contraddittorio, nel quale convivono amore, insofferenza, abitudine, risentimento e appartenenza.
L’umorismo pirandelliano e la maschera del ragioniere
A questo punto diventa interessante richiamare Luigi Pirandello e la sua concezione dell’umorismo.
Nel saggio L’umorismo, pubblicato nel 1908, Pirandello distingue il semplice comico dall’umoristico attraverso due concetti fondamentali: l’“avvertimento del contrario” e il “sentimento del contrario”.
Il primo nasce quando percepiamo qualcosa di incongruo, di diverso rispetto a ciò che ci aspetteremmo, e questa contraddizione ci provoca il riso. Il secondo interviene quando alla prima impressione si aggiunge una riflessione che ci permette di comprendere le ragioni umane nascoste dietro quella situazione.
L’esempio più celebre è quello dell’anziana signora eccessivamente truccata e vestita con abiti giovanili. Inizialmente il suo aspetto può apparire ridicolo. Ma se immaginiamo che quella donna si comporti così, ad esempio, per trattenere l’amore di un marito più giovane, il nostro giudizio cambia. Non vediamo più soltanto qualcosa di buffo: cominciamo a percepire il dramma che potrebbe nascondersi dietro quell’apparenza.
È difficile non riconoscere un meccanismo analogo nella comicità di Fantozzi. Ridiamo quando lo vediamo correre disperatamente per timbrare il cartellino. Ma, dietro quella corsa assurda, c’è un uomo terrorizzato dalle conseguenze di un ritardo. Ridiamo delle sue umiliazioni sentimentali, ma dietro quelle situazioni c’è un individuo che desidera essere amato e riconosciuto. Ridiamo del suo servilismo, ma se riflettiamo sulle ragioni che lo alimentano possiamo riconoscere la paura di perdere il lavoro, di essere esclusi o di compromettere la propria posizione. La risata non scompare. Acquista semplicemente una consapevolezza diversa.
Non è necessario sostenere che Paolo Villaggio abbia costruito Fantozzi applicando deliberatamente la teoria pirandelliana. Il collegamento è puramente interpretativo e permette di comprendere perché molte scene, pur continuando a farci divertire, possano suscitare anche disagio e compassione.
C’è inoltre il tema della maschera sociale, così importante nell’opera di Pirandello.
Fantozzi è continuamente definito attraverso il ruolo che ricopre. È il ragioniere, il sottoposto, l’impiegato, il collega ridicolo, il marito insignificante. La società gli attribuisce un’identità e lui finisce progressivamente per riconoscersi in quella definizione. Non sembra più soltanto un uomo che svolge un lavoro. È diventato il lavoro che svolge.
Una condizione che emerge in maniera particolarmente evidente quando arriva il momento della pensione.
La pensione e l’incapacità di vivere senza la Megaditta
Tra i film della saga, Fantozzi va in pensione, uscito nel 1988, offre uno degli spunti più interessanti dal punto di vista psicologico e sociologico.
Per tutta la propria vita Fantozzi ha subito i ritmi, le pretese e le assurdità della Megaditta. Il lavoro viene rappresentato come una fonte continua di frustrazione e mortificazione, dalla quale il protagonista dovrebbe desiderare di liberarsi.
Quando finalmente arriva la pensione, sembrerebbe dunque il momento del riscatto.
Fantozzi non deve più correre per timbrare il cartellino, sopportare le imposizioni dei superiori o partecipare alle iniziative aziendali. Potrebbe dedicarsi alla famiglia, coltivare interessi personali e organizzare liberamente il proprio tempo. Eppure non riesce ad adattarsi.
La quotidianità senza lavoro perde progressivamente significato. Le abitudini costruite in decenni di vita impiegatizia continuano a condizionarlo e le alternative che cerca non riescono a restituirgli il senso di appartenenza sperimentato, per quanto dolorosamente, all’interno della Megaditta.
Il paradosso raggiunge il culmine quando arriva ad accettare di cedere la pensione e persino l’orologio ricevuto per il pensionamento pur di poter tornare a lavorare.
È una situazione volutamente assurda, ma anche una delle più amare dell’intera saga.
Fantozzi è talmente abituato alla subordinazione da non riuscire più a immaginare se stesso senza di essa.
Fantozzi, sebbene non amasse determinati comportamenti, la Megaditta, con tutte le sue contraddizioni, ha organizzato per decenni la sua vita: gli ha imposto orari, stabilito relazioni, attribuito una posizione sociale e offerto un’identità riconoscibile. Anche l’umiliazione, paradossalmente, faceva parte di quella identità.
Quando tutto questo viene meno, Fantozzi perde un punto di riferimento fondamentale.
Da una prospettiva psicologica, la questione riguarda il rapporto fra identità personale e ruolo professionale. Il lavoro può costituire una componente importantissima della nostra vita, sia dal punto di vista economico sia relazionale e sociale. Attraverso il lavoro incontriamo persone, organizziamo le giornate, esercitiamo competenze e riceviamo riconoscimenti.
La difficoltà nasce quando quella componente finisce per assorbire quasi completamente tutte le altre.
Se una persona ha costruito la propria identità soltanto intorno alla professione, il pensionamento può diventare un passaggio particolarmente delicato. Non perché la pensione sia necessariamente una condizione negativa, quanto perché viene meno il ruolo attraverso il quale l’individuo era abituato a definirsi.
È altresì una questione importante dal punto di vista pedagogico. L’educazione non dovrebbe esaurirsi nella preparazione a una professione, bensì accompagnare la persona nella costruzione di un’identità capace di svilupparsi attraverso esperienze differenti: affetti, interessi, relazioni, partecipazione sociale, apprendimento continuo. Un individuo non smette di avere valore quando termina la propria attività lavorativa.
Fantozzi, invece, fatica tremendamente a comprendere chi possa essere senza la Megaditta. Ed è qui che il confronto con la letteratura del Novecento torna a essere particolarmente significativo.
Da Serafino Gubbio a Fantozzi: quando l’uomo diventa un ingranaggio
In Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Luigi Pirandello racconta un uomo che lavora come operatore cinematografico, incaricato di girare la manovella della macchina da presa.
Serafino osserva il mondo attraverso lo strumento che utilizza e prende progressivamente coscienza di essere ridotto a una semplice funzione. Il suo valore sembra dipendere sempre meno dalla sua individualità e sempre più dal lavoro meccanico che è chiamato a svolgere. La sua condizione viene sintetizzata nell’immagine di una “mano che gira la manovella”.
Il problema affrontato da Pirandello riguarda il rapporto fra essere umano e modernità, fra individuo e apparato produttivo. La macchina, nata per servire l’uomo, rischia simbolicamente di trasformarlo in un proprio ingranaggio.
Naturalmente Serafino Gubbio e Fantozzi appartengono a opere molto diverse, sebbene sussistano delle consonanze poiché, in qualche modo, entrambi permettono di interrogarsi sulla riduzione dell’essere umano alla propria funzione. Serafino è l’operatore. Fantozzi è il ragioniere.
I due protagonisti sperimentano, in forme differenti, il rischio di vedere la propria identità assorbita da un sistema che attribuisce maggiore importanza alla funzione svolta rispetto alla persona che la svolge.
L’episodio della pensione porta questa riflessione ancora oltre. In Fantozzi la subordinazione, in un primo tempo vista come un qualcosa che viene imposto dall’esterno, è diventata ora una componente della sua stessa identità.
La Megaditta non ha più bisogno di obbligarlo a lavorare. È lui a voler tornare. Forse è proprio questa la vittoria più completa del sistema: aver costruito un individuo che, una volta liberato dagli obblighi, non riesce più a vivere senza di essi.
«È una cagata pazzesca!»: il momento in cui Fantozzi trova il coraggio di ribellarsi
Per comprendere fino in fondo Fantozzi, però, non possiamo fermarci alla sua subordinazione. Occorre ricordare anche quei momenti, rari ma significativi, nei quali riesce a opporsi.
Il più celebre è certamente quello della Corazzata Kotiomkin, ne Il secondo tragico Fantozzi del 1976.
Il professor Guidobaldo Maria Riccardelli impone ai dipendenti della Megaditta la partecipazione a interminabili cineforum dedicati alle proprie passioni cinematografiche. I lavoratori sono costretti ad assistere alle proiezioni, rinunciando anche ai propri interessi personali; e come se non bastasse devono mostrare entusiasmo per opere che non hanno liberamente scelto di vedere.
Il problema, a ben guardare, non è il valore artistico del cinema d’autore. Il problema è che la cultura viene imposta come un obbligo gerarchico.I dipendenti, oltre all’obbligo di assistere alla proiezione, devono dimostrare di apprezzarla. Il loro giudizio personale non ha alcuna importanza.
E allora Fantozzi, normalmente timoroso e incapace di contraddire un superiore, trova improvvisamente il coraggio di pronunciare sul palco la celeberrima frase del cinema italiano: “Per me… la corazzata Kotiomkin… è una cagata pazzesca!”
La reazione dei colleghi è immediata. Esplode un applauso collettivo, lunghissimo e liberatorio. Per una volta Fantozzi non viene deriso. Viene applaudito. Non è più il dipendente insignificante al quale nessuno presta attenzione. È l’uomo che è riuscito a esprimere ciò che tutti pensavano, ma che nessuno aveva trovato il coraggio di dire.
Dal punto di vista sociologico, la scena racconta benissimo il funzionamento del conformismo. All’interno di un gruppo può accadere che molte persone non condividano una decisione, ma che ciascuna, osservando il silenzio delle altre, finisca per credere di essere l’unica a dissentire.
Il silenzio collettivo alimenta così una falsa impressione di consenso. Fantozzi interrompe questo meccanismo, pronunciando pubblicamente il proprio giudizio e permettendo così anche agli altri di riconoscersi in una posizione che fino a quel momento era rimasta inespressa.
È interessante osservare che il suo momento di gloria non deriva da un’improvvisa promozione, da un successo economico o da una conquista sentimentale. Arriva semplicemente quando riesce a essere se stesso, senza cercare l’approvazione del superiore.
In quel momento Fantozzi compie un gesto autenticamente libero. La sua battuta può apparire grossolana, ma il contenuto profondo della scena non consiste nella svalutazione di un’opera cinematografica. Consiste nella rivendicazione del diritto a esprimere un giudizio autonomo.
La cultura, del resto, non dovrebbe essere uno strumento di intimidazione. Dovrebbe stimolare la curiosità, il confronto e lo sviluppo del pensiero critico.
Da docente, trovo che questo episodio offra uno spunto particolarmente interessante. Educare non significa ottenere da tutti la ripetizione di un giudizio prestabilito, bensì mettere le persone nelle condizioni di comprendere, argomentare e maturare una propria opinione.
La libertà di pensiero significa proprio poter discutere senza che il dissenso diventi una colpa.
Fantozzi, abitualmente incapace di dire di no, scopre per una volta la forza di una parola pronunciata senza il timore di compiacere chi comanda.
Il fatto che la sua ribellione non produca una trasformazione definitiva della sua condizione rende la scena ancora più significativa. Le grandi strutture sociali non cambiano automaticamente perché un individuo trova il coraggio di protestare. Quel gesto, al contrario, dimostra che, almeno per un momento, il conformismo può essere interrotto.
Perché Fantozzi continua a raccontare la società di oggi
Il mondo nel quale nasce Fantozzi è profondamente diverso da quello contemporaneo. La grande azienda, il posto fisso, il cartellino da timbrare e la struttura gerarchica rappresentata da Villaggio appartengono a un modello sociale e lavorativo che nel corso dei decenni si è trasformato. Sarebbe dunque semplicistico sostenere che nulla sia cambiato.
Molto è cambiato, soprattutto nelle forme del lavoro e nelle aspettative individuali. La precarietà, i contratti a termine, la mobilità professionale, la valutazione continua delle prestazioni e la diffusione delle tecnologie digitali hanno introdotto condizioni molto diverse da quelle del tradizionale impiegato della Megaditta.
Ciononostante alcuni meccanismi restano riconoscibili. La paura di perdere il lavoro, ad esempio, può ancora condizionare la libertà di esprimersi. Il desiderio di fare carriera può spingere ad accettare situazioni poco dignitose. La necessità di essere riconosciuti dai superiori può diventare più importante della soddisfazione personale.
Anche fuori dall’ambiente lavorativo il confronto con Fantozzi conserva una notevole attualità. La necessità di appartenere a un gruppo, di essere apprezzati e di ricevere conferme accompagna infatti l’esperienza umana in ogni epoca. Oggi i social network hanno reso più visibili, e talvolta misurabili, alcune di queste dinamiche. Un numero di visualizzazioni, di apprezzamenti o di interazioni può diventare impropriamente un indicatore del valore che attribuiamo a noi stessi.
Fantozzi cerca disperatamente il riconoscimento dei dirigenti e della signorina Silvani. L’uomo contemporaneo può cercarlo nel proprio ambiente professionale, nelle relazioni personali o attraverso l’approvazione di un pubblico digitale. Le situazioni sono differenti, ma il bisogno sottostante può essere simile.
Da una prospettiva educativa, questo ci invita a riflettere sull’importanza dell’autonomia personale e della capacità di costruire un’identità che non dipenda esclusivamente dal giudizio altrui.
Non possiamo evitare completamente il confronto sociale, né sarebbe realistico pretendere di vivere senza il bisogno di essere riconosciuti. L’appartenenza, la stima e la considerazione degli altri costituiscono dimensioni importanti della vita umana. Il problema nasce quando diventano l’unico criterio attraverso il quale giudichiamo noi stessi.
Fantozzi non è infelice soltanto perché gli altri lo trattano male. È infelice poiché ha imparato troppo spesso a guardarsi attraverso gli occhi di chi lo svaluta. Ed è qui che la sua storia assume un significato particolarmente attuale.
La grandezza di Paolo Villaggio: farci ridere di ciò che dovremmo riconoscere
Paolo Villaggio conosceva direttamente il mondo impiegatizio. Prima del successo aveva lavorato in un ambiente aziendale e proprio da quell’esperienza trasse parte dell’ispirazione per il suo personaggio. Fantozzi nasce quindi dall’osservazione di una realtà sociale concreta, sebbene trasformata attraverso il linguaggio del grottesco.
Non è necessario attribuire a Villaggio l’intenzione di formulare una teoria psicologica o sociologica compiuta. La forza della sua opera consiste piuttosto nell’aver costruito situazioni e personaggi capaci di suggerire riflessioni molto più ampie della loro immediata funzione comica.
Fantozzi è un uomo che subisce, ma qualche volta fa subire. È un marito che sembra amare la moglie, ma che continua a desiderare un’altra donna. È un padre che può vergognarsi della figlia e, nello stesso tempo, difenderla. È un dipendente che detesta il proprio lavoro e che, raggiunta la pensione, arriva a sacrificare denaro pur di poter tornare in ufficio. È un uomo che desidera essere rispettato, ma che spesso non riesce a rispettare fino in fondo neppure se stesso. E, soprattutto, è una persona che cerca continuamente un posto nel mondo, senza accorgersi che questa ricerca lo porta talvolta a rinunciare alla propria libertà.
In questa complessità risiede il valore del personaggio.
La sua comicità ci permette di osservare dall’esterno comportamenti che nella vita quotidiana tendiamo a giustificare o a non riconoscere. È più facile accorgersi dell’assurdità di una gerarchia guardando un Megadirettore Galattico che non riflettendo sulle piccole forme di subordinazione che incontriamo tutti i giorni.
È più facile ridere di Fantozzi che si umilia davanti alla Silvani che riconoscere quante volte, nella nostra esperienza, abbiamo attribuito un’importanza eccessiva all’approvazione di qualcuno. Ed è altresì più facile giudicare assurdo un pensionato disposto a pagare per lavorare che interrogarci su quanto la nostra identità dipenda dal ruolo professionale che ricopriamo.
La satira possiede proprio questa capacità: attraverso la deformazione della realtà può renderne visibili aspetti che, nella loro forma abituale, rischiamo di non vedere più.
Fantozzi, dunque, non può essere considerato l’uomo che perde sempre, in quanto sarebbe una definizione troppo comoda, perché ci permetterebbe di considerarlo un individuo diverso da noi, destinato a subire una serie di sventure eccezionali. In realtà è un uomo che, come molti altri, fatica a conciliare i propri desideri, i propri sentimenti con le aspettative sociali e il bisogno di appartenenza con quello di autonomia.
Conclusione
Per tale ragione il confronto con Svevo, Pirandello e, almeno per alcuni aspetti, con Serafino Gubbio operatore non rappresenta un tentativo di nobilitare artificialmente la comicità di Villaggio. Serve invece a riconoscere che, attraverso linguaggi artistici molto differenti, la letteratura e il cinema hanno saputo interrogarsi sulle medesime contraddizioni dell’esistenza umana.
Svevo ci ha mostrato l’uomo che fatica a comprendere e governare le proprie incoerenze. Pirandello ha indagato le maschere sociali, la fragilità dell’identità e la possibilità che dietro il ridicolo si nasconda una sofferenza. Villaggio ha portato alcune di queste inquietudini dentro la quotidianità popolare, trasformandole in scene capaci di raggiungere milioni di spettatori. Ci ha fatto ridere di un uomo che viene chiamato con il nome sbagliato, che dà del “Lei” ai colleghi, che trema davanti ai superiori, che insegue una donna irraggiungibile e trascura una moglie che per anni continua ad accoglierlo. Ci ha fatto ridere di un uomo che, una volta liberato dalla propria prigione lavorativa, non desidera altro che ritornarci.
Ma ci ha altrettanto mostrato un individuo capace, almeno una volta, di alzare la voce davanti a tutti e di scoprire che gli altri erano pronti ad applaudirlo.
È un personaggio che suscita il riso proprio perché le sue debolezze vengono portate all’esasperazione. Se però proviamo a guardarlo oltre la caricatura, non è difficile riconoscere qualcosa della nostra stessa esperienza.
Anche noi possiamo aver taciuto per paura di essere giudicati, aver cercato approvazione dove ricevevamo soltanto indifferenza, aver trascurato una relazione importante perché troppo abituati alla sua presenza, oppure aver confuso il valore della nostra persona con il ruolo che occupavamo.
Non occorre somigliare a Fantozzi per riconoscersi, qualche volta, nei suoi comportamenti. È sufficiente essere umani.
Riguardando quelle scene, pertanto, accade qualcosa di molto vicino al sentimento del contrario di cui parlava Pirandello. Continuiamo a ridere, ma comprendiamo che dietro quel personaggio goffo e continuamente umiliato esiste una condizione meno lontana dalla nostra di quanto avremmo immaginato.
Forse Paolo Villaggio è riuscito proprio a raccontare le fragilità dell’uomo moderno senza pronunciare grandi discorsi sulla condizione umana, affidandosi invece alla comicità, alla deformazione linguistica e alle disavventure di un modesto ragioniere.
Dopo cinquant’anni siamo ancora lì, davanti allo schermo, a ridere delle sue sventure, con una differenza: dopo la lettura di questo lungo saggio critico-divulgativo e rispetto a quando le guardavamo da bambini, oggi possiamo comprendere meglio perché, dietro alcune di quelle risate, si nasconda anche un po’ di amarezza.
Perché Fantozzi non è sempre qualcun altro. Qualche volta, senza neppure rendercene conto, Fantozzi siamo noi.
DOTT. ERIK LAZZARI,
– PROFESSORE di Discipline letterarie
– LINGUISTA.
