La biografia di Luigi Pirandello: «Io sono il figlio del Caos»
Luigi Pirandello amava definirsi con una formula tanto suggestiva quanto rivelatrice: «Io sono il figlio del Caos». L’espressione non ha soltanto valore metaforico, ma affonda le sue radici in un dato biografico preciso.
Pirandello nasce infatti il 28 giugno 1867, alle soglie della Seconda rivoluzione industriale e in un’Italia da pochi anni unificata (17 marzo 1861), la cui capitale era allora Firenze (dal 1865). La Sicilia viveva una fase complessa e turbolenta: l’annessione al Regno d’Italia aveva prodotto malcontento diffuso, forte analfabetismo e tensioni sociali, ben rappresentate anche da Giovanni Verga. Proprio in quegli anni l’isola era colpita anche da una grave epidemia di colera.
In questo contesto, la madre Caterina Ricci Gramitto si era temporaneamente trasferita in campagna per sfuggire al contagio. Qui, in un podere nella campagna di Girgenti (oggi Agrigento), in una contrada significativamente chiamata Caos, nasce Luigi Pirandello: ecco perché si definiva figlio del Caos.
Origini familiari e primi anni
Pirandello proviene da una famiglia borghese agiata. Il padre, Stefano Pirandello, ex combattente garibaldino e sostenitore dell’unificazione italiana, era un abile commerciante e gestore di miniere di zolfo prese in affitto; la madre, Caterina, figura affettuosa e sensibile, esercitò su Luigi un’influenza emotiva molto più profonda rispetto al padre.
Il rapporto con Caterina fu infatti sereno e affettuoso, mentre quello con Stefano risultò sempre più difficile. Il padre, uomo pratico e autoritario, mostrava scarso interesse per le inclinazioni intellettuali del figlio, che invece si rivelò fin da piccolo riflessivo, introspettivo e appassionato di lettura. Un ruolo importante ebbero anche i racconti popolari e le fiabe narrate dalla domestica di casa, che alimentarono precocemente la sua immaginazione.
Gli studi: tra imposizione paterna e vocazione letteraria
Terminate le scuole medie, per volontà del padre, Luigi si iscrive all’Istituto Tecnico Commerciale. Già in questa fase, però, emerge la sua vera inclinazione per la letteratura. Durante l’estate prende infatti lezioni private di latino, ottenendo il denaro dal padre con uno stratagemma (aveva comunicato di essere stato rimandato in alcune materie dai docenti dell’ITC), e l’anno successivo, con la complicità della madre, si iscrive al Ginnasio.
Studia moltissimo, dorme poco, e quando il padre scopre l’inganno, pur contrariato, finisce per consentirgli di proseguire gli studi al Liceo classico di Palermo, città in cui la famiglia si era trasferita per motivi di lavoro.
In questi anni emerge anche una frattura personale: Luigi scopre che il padre intrattiene una relazione con una cugina della madre, dalla quale nasce una bambina. Sebbene Stefano interrompa la relazione, il rapporto con il figlio resta profondamente incrinato.
Le esperienze universitarie
A diciannove anni Pirandello si innamora di una cugina più grande. La famiglia di lei acconsente alla relazione solo a condizione che Luigi intraprenda un lavoro stabile nella miniera di zolfo. Nel 1886, controvoglia e per amore, entra dunque nell’azienda paterna.
Il padre si accorge presto della sua inadeguatezza al lavoro pratico e lo indirizza verso l’università di Legge. Pirandello si iscrive così a Giurisprudenza, ma contemporaneamente anche a Lettere, abbandonando ben presto la prima facoltà.
Per accelerare il percorso si trasferisce all’Università di Roma, anche con l’intento di allontanarsi dalla fidanzata. Dopo un contrasto con un docente, decide di proseguire gli studi in Germania, all’Università di Bonn, dove nel 1891 si laurea con una tesi sul dialetto di Girgenti. Durante il soggiorno tedesco si innamora di una giovane alla quale dedica la poesia Pasqua di Gea.
Il matrimonio e la vita a Roma
Rientrato in Sicilia, rompe il precedente fidanzamento e nel 1892 si stabilisce definitivamente a Roma. Qui si mantiene grazie anche al sostegno di alcuni amici giornalisti che pubblicano le sue opere.
Nel 1894, anche per le pressioni paterne e nell’ambito di interessi economici comuni tra famiglie impegnate nel settore dello zolfo, sposa Maria Antonietta Portulano, figlia di un socio d’affari del padre. Dal matrimonio nascono tre figli a Roma: Stefano, Rosalia (detta Lietta) e Fausto.
In un primo momento Pirandello sembra soddisfatto dell’unione — celebre la frase «Ora il mio sol sei tu» — ma ben presto emerge l’incompatibilità culturale e caratteriale con la moglie, che egli percepisce come incapace di seguirlo sul piano intellettuale. Già nel 1898 confida al padre il senso di soffocamento provato nel matrimonio.
Nel frattempo Antonietta comincia a manifestare i primi segni di fragilità psichica.
L’insegnamento e le prime opere
Per vivere stabilmente Pirandello ottiene nel 1897 la cattedra presso l’Istituto Superiore di Magistero di Roma, dove insegnerà per circa vent’anni. È un lavoro svolto con serietà ma senza autentica passione: il suo vero obiettivo resta la scrittura.
In questi anni pubblica le prime opere narrative, tra cui L’esclusa (1893), Amori senza amore (1894) e la commedia Il nibbio (1896).
La svolta drammatica del 1903
Il 1903 rappresenta il vero spartiacque della sua vita. Una frana con allagamento distrugge le miniere di zolfo in cui il padre aveva investito tutto il patrimonio familiare e la dote della nuora.
Le conseguenze sono devastanti: rovina economica; crisi familiare; aggravamento della malattia mentale di Antonietta, che subisce un collasso nervoso con paralisi funzionale dovuta allo shock. Pirandello resta profondamente sconvolto e arriva perfino a ipotizzare il suicidio.
La convivenza con la moglie, sempre più preda di gelosia paranoide, diventa negli anni un vero tormento domestico.
Il successo del Fu Mattia Pascal
Costretto a intensificare la produzione letteraria per ragioni economiche, Pirandello pubblica nel 1904, sulla rivista fiorentina «Nuova Antologia», il romanzo Il fu Mattia Pascal, che ottiene grande successo e viene presto tradotto in tedesco e francese.
Nel 1908 pubblica il saggio fondamentale L’umorismo, mentre tra 1908 e 1909 esce anche Arte e scienza.
In questa fase matura progressivamente anche la riflessione sull’identità che troverà la sua espressione più radicale nel romanzo Uno, nessuno e centomila, pubblicato nel 1926. L’opera rappresenta il punto di arrivo della meditazione pirandelliana sulla crisi dell’io e sulla frantumazione dell’identità individuale, già anticipata nel Fu Mattia Pascal, ma qui portata alle estreme conseguenze filosofiche ed esistenziali.
Il peggioramento di Antonietta
Nel 1909 le condizioni mentali della moglie peggiorano gravemente. Pirandello scrive all’amico Ugo Ojetti — noto giornalista e critico letterario del tempo — la celebre frase: «Ho la moglie, caro Ugo, da cinque anni pazza».
La guerra e la crisi familiare
Durante la Prima guerra mondiale (l’Italia entra nel 1915, a fianco dell’intesa, dopo il Patto di Londra) il figlio Stefano si arruola ma viene fatto prigioniero dagli austriaci. Pirandello, interventista, si attiva per favorirne la liberazione tramite scambi di prigionieri.
Anche Fausto viene chiamato, ma è presto congedato per problemi polmonari. Si trasferirà a Parigi dove lavorerà come artista.
La situazione familiare precipita: Antonietta arriva ad aggredire la figlia Lietta, accusandola di volerla avvelenare; è costretta ad abbandonare la casa di famiglia. Si trasferirà in Sudamerica con il marito.
L’internamento della moglie
Nel 1919, su pressione dei figli, Pirandello decide di far internare Antonietta nella Casa di cura per malattie nervose Villa Giuseppina a Roma (I manicomi in Italia saranno chiusi solo molti anni dopo, con la legge 180 del 1978 promossa dallo psichiatra Franco Basaglia). Vi resterà fino alla morte nel 1959.
Accanto ai romanzi e al teatro, Pirandello sviluppa un’intensissima produzione novellistica, poi raccolta sotto il titolo complessivo di Novelle per un anno. In queste prose brevi emergono con particolare evidenza i temi della maschera sociale, della trappola delle convenzioni e del relativismo della verità. Emblematica è la novella Il Treno ha fischiato e La patente; il protagonista di quest’ultima, Chiàrchiaro, marchiato dalla società come iettatore, finisce paradossalmente per assumere e sfruttare proprio quella maschera impostagli dagli altri.
Il trionfo teatrale
Dal 1910 Pirandello entra progressivamente nel mondo del teatro con Lumìe di Sicilia, La morsa.
La consacrazione arriva con Così è (se vi pare) (1917), Sei personaggi in cerca d’autore (1921), Enrico IV (1922). Nel 1922 (anno della Marcia su Roma) lascia definitivamente l’insegnamento per dedicarsi al teatro.
Il rapporto con il fascismo
Nel 1924 Pirandello chiede l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista, suscitando molte polemiche, soprattutto perché pochi mesi prima, il 10 giugno 1924, era avvenuto il delitto Matteotti. Il politico liberale Giovanni Amendola, tra i principali oppositori del regime, lo accusò di opportunismo.
Nel 1929 Pirandello viene nominato Accademico d’Italia. Ma il suo rapporto con il fascismo resterà complesso e non privo di distanze critiche.
Il Nobel e gli ultimi anni
Nel 1934 riceve il Premio Nobel per la Letteratura, consacrazione internazionale della sua opera.
Negli ultimi anni si dedica altresì al cosiddetto teatro dei miti, tra cui I giganti della montagna, rimasto incompiuto.
Nel dicembre 1936 si ammala di polmonite e muore a Roma all’età di 69 anni.
