La cavalla storna di Giovanni Pascoli

di Erik Lazzari
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LA CAVALLA STORNA DI GIOVANNI PASCOLI

La cavalla storna è una celebre poesia di Giovanni Pascoli, composta nel 1903 e pubblicata nella raccolta Canti di Castelvecchio. Il componimento è dedicato alla memoria del padre Ruggero Pascoli, assassinato in un agguato la sera del 10 agosto 1867 mentre rientrava a casa in calesse.  L’omicidio, rimasto impunito e avvolto nel mistero, segnò profondamente l’animo di Pascoli e torna ossessivamente in diversi suoi versi (come nella poesia X Agosto) sotto forma di dolore, ingiustizia e struggimento familiare. In “La cavalla storna”, il poeta rievoca quella tragedia attraverso un toccante dialogo immaginario tra sua madre e la fedele cavalla che riportò a casa il corpo del padre, unico testimone muto del delitto.

TESTO

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dai retta alla sua piccola mano.

Tu c’hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”.

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbraccio’ su la criniera.

“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome . . . Sonò alto un nitrito.

PARAFRASI

Nella tenuta chiamata “La Torre” regnava già un silenzio profondo.
Si udiva solo il fruscio dei pioppi mossi dal vento lungo il Rio Salto.

I cavalli normanni, nelle loro stalle, masticavano la biada (frumento)
con un rumore secco, simile a quello di croste spezzate.

Laggiù (in fondo alla stalla) c’era la cavalla selvaggia,
nata tra i pini di una spiaggia salata;

aveva ancora nelle narici l’odore e gli spruzzi del mare,
e nelle orecchie l’eco dei suoi fragori.

Mia madre stava accanto ad essa (cavalla) e, appoggiata con un gomito sul dorso,
le parlava a bassa voce:

“O cavallina, cavallina dal manto grigio,
che trasportavi colui che non farà più ritorno”;

tu comprendevi i suoi gesti e le sue parole! Egli (Ruggero Pascoli)
ha lasciato un figlio ancora giovane (Giacomo Pascoli, fratello maggiore di Giovanni);

(lui è) il primogenito di otto figli e figlie,
la cui mano non aveva mai toccato le redini.

Tu (cavallina), che senti ai fianchi il caos del delitto,
obbedisci alla sua piccola mano.

Tu (cavallina), che hai nel cuore l’asprezza selvaggia del mare,
obbedisci alla sua voce infantile.

La cavalla girava la piccola testa verso mia madre,
che continuava a parlare con maggior tristezza:

“O cavallina, cavallina dal manto grigio,
che portavi colui che non farà più ritorno;

lo so bene che tu l’amavi molto! Con lui (Ruggero),
in quel momento, c’eri solo tu e la sua morte.

O nata nei boschi, tra le onde e il vento,
trattenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo allentarsi il morso in bocca,
trattenesti il tuo cuore veloce, frenando la corsa:

proseguisti lentamente la tua strada (verso casa),
perché la sua agonia (la sua morte) si compisse in pace…”

La magra e lunga testa (del cavallo) era accostata
al dolce volto di mia madre in lacrime.

“O cavallina, cavallina dal manto grigio,
che portavi colui che non farà ritorno;

oh! due parole egli le avrà pur dette!
E tu le capisci, ma non le sai ripetere.

Tu (cavallina), con le briglie che ti cadono tra le zampe,
con negli occhi il bagliore (il fuoco delle vampe) delle fucilate,

con l’eco degli spari nelle orecchie,
continuasti la strada tra i pioppi alti:

lo riportavi a casa al tramonto,
perché noi potessimo udire le sue ultime parole.”

La lunga testa (dell’animale) stava attenta e fiera.
Mia madre l’abbracciò sulla criniera.

“O cavallina, cavallina dal manto grigio,
riportavi a casa sua chi non ritorna!

a me (portavi), colui che non tornerà mai più!
Tu fosti buona… ma non sai parlare!

Tu non puoi (parlare), poverina; altri non hanno il coraggio.
Oh! ma tu devi dirmi una cosa!

Tu hai visto l’uomo che lo uccise:
esso è qui, impresso nei tuoi occhi.

Chi fu? Chi è? Ti dirò un nome.
E tu fai un cenno. Dio ti insegni come.”

Ora, i cavalli non mangiavan più la biada (foraggio):
dormivano sognando la strada bianca.

Non raspavano la paglia con gli zoccoli:
dormivano sognando il rumore delle ruote (del calesse).

Mia madre alzò un dito nel grande silenzio,
pronunciò un nome… s’udì alto un nitrito.

ANALISI

La cavalla storna è composta da 62 versi endecasillabi raggruppati in 31 strofe di versi distici (cioè formati da due versi) a rima baciata. Lo schema rimico è AA BB CC DD, un andamento cantilenante (lento e monotono) che ricorda volutamente la filastrocca infantile. Questa scelta accentua la musicalità e la memorabilità dei versi; nel passato la poesia veniva spesso fatta imparare a memoria nelle scuole elementari per la sua cantabilità e semplicità apparente.

Il ritornello «O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna» compare ossessivamente più volte (con una lieve variazione finale ai vv. 47-48) e conferisce al testo un tono di nenia dolorosa, enfatizzando il senso di perdita e l’angoscia materna.

Nonostante la tragedia narrata, il linguaggio utilizzato da Pascoli è volutamente piano e fiabesco, tipico della poetica del fanciullino. La scena è filtrata attraverso una sensibilità infantile: la madre si rivolge al cavallo quasi fosse una persona e il mondo naturale sembra partecipare emotivamente (i pioppi “sussurrano”, la cavalla comprende e reagisce). Il componimento alterna due livelli narrativi distinti: uno esterno, descritto da una voce narrante che apre e chiude il quadro (i versi iniziali e finali sulla quiete notturna nella stalla) e uno interno in forma di dialogo-monologo, costituito dalle parole accorate della madre rivolte all’animale. Questo espediente stilistico crea un effetto quasi teatrale e carico di suspense: la voce narrante ferma il tempo descrivendo un’atmosfera sospesa e irreale, mentre la voce della madre esprime direttamente il pathos e alimenta la tensione verso la “rivelazione” finale.

L’andamento ritmico e le ripetizioni conferiscono alla poesia un tono incantatorio. La rima baciata continua e la struttura in distici ricordano il ritmo di una cantilena popolare, in contrasto con la drammaticità del contenuto. Questo contrasto fa risaltare ancora di più l’intensità emotiva: la filastrocca dolce e quasi infantile contiene in realtà un dolore maturo e lacerante. Man mano che la madre ripete le sue invocazioni, l’ansia e il pathos crescono, raggiungendo il culmine nel nitrito finale, che scioglie la tensione in un misto di rivelazione e disperazione. La natura nel testo assume un ruolo simbolico importante: la cavalla rappresenta l’innocenza e la voce della natura contrapposta al silenzio colpevole degli uomini («altri non osa» afferma la madre). La fedeltà muta dell’animale, che “parla” con gesti e suoni non verbali, appare paradossalmente più sincera e utile della codardia umana (nessun testimone umano osò denunciare l’assassino, dominato dalla paura e dall’omertà). In questa contrapposizione tipicamente pascoliana, la Natura diventa portatrice di messaggi misteriosi e ambigui, comprensibili solo al cuore semplice del fanciullino, mentre la società civile resta impotente e muta di fronte all’ingiustizia.

COMMENTO

La cavalla storna rievoca in modo poetico uno degli eventi più traumatici nella vita di Pascoli: l’uccisione del padre Ruggero. La vicenda biografica è filtrata attraverso il ricordo e il mito familiare. Nella realtà storica, Ruggero Pascoli fu assassinato sulla strada di casa mentre ritornava dal mercato di Cesena, probabilmente per rivalità legate alla gestione di terre, e i colpevoli non vennero mai individuati con certezza. La poesia affida dunque a un’immaginazione dolente il compito di dare una voce a quella verità taciuta: l’unico testimone, la cavalla dal manto grigio (storno) che riportò a casa il calesse con il corpo del padrone, diventa depositaria muta di quel segreto.

Nel verso 14, l’espressione “figlio giovinetto” non si riferisce al poeta, ma a Giacomo Pascoli, fratello maggiore di Giovanni, che all’epoca aveva quindici anni. Dopo la morte del padre, Giacomo divenne il principale riferimento maschile in famiglia e fu lui a occuparsi anche della cavalla (fino al 1876, anno di morte di Giacomo).
La madre, nel suo monologo, ricorda come l’animale, pur essendo di natura vivace e indomita, avesse saputo obbedire con pazienza alla mano inesperta di quel ragazzo, lasciandosi guidare con docilità. È a quella stessa sensibilità che ora fa appello, sperando che la cavalla possa “collaborare” e dare un segno utile per scoprire la verità sull’omicidio.

L’attesa della rivelazione percorre la poesia dall’inizio alla fine: l’ambiente notturno immobile, il sussurro del vento e il comportamento attento della cavalla creano un clima di sospensione. Verso la conclusione, quando la madre fa il nome del presunto assassino e la cavalla nitrisce, il lettore assiste a un climax emotivo. Quel nitrito è un segno ambiguo: non è una parola umana, eppure vale come una risposta potente. Pascoli lascia abilmente nel non-detto il nome dell’assassino, aumentando l’alone di mistero e di leggenda attorno alla vicenda.

Secondo alcune testimonianze raccolte all’epoca, gli esecutori materiali dell’omicidio sarebbero stati Luigi Pagliarani, detto Bigéca, e Michele Della Rocca, detto Capilòina. Nonostante i riconoscimenti da parte di alcune donne del paese, le indagini furono subito compromesse dal clima di paura e omertà: molti temevano ritorsioni; si verificarono anche gravi omissioni da parte delle autorità locali.

Il principale sospettato come mandante dell’omicidio fu Pietro Cacciaguerra, un uomo che nutriva profonda invidia nei confronti di Ruggero Pascoli: Cacciaguerra ambiva da tempo a ottenere il ruolo di amministratore della tenuta di Torlonia e, poco tempo dopo l’assassinio, ne assunse effettivamente l’incarico. Nonostante i sospetti e le voci diffuse nel territorio, nessuno fu mai condannato: il caso fu archiviato come “delitto commesso da ignoti” e la giustizia non riuscì mai a fare piena luce sull’accaduto.

La madre, straziata e assetata di giustizia, incarna la voce del dolore che non si rassegna all’impunità: il suo dialogo accorato con l’animale esprime il desiderio umano di conoscere e denunciare la verità, contro il muro di silenzio degli uomini vigliacchi («altri non osa»). La cavalla, dal canto suo, simboleggia la purezza della natura contrapposta alla corruzione umana: incapace di mentire, partecipe del lutto, comunica solo attraverso segnali istintivi (lo sguardo, il nitrito) e proprio per questo appare quasi un tramite col mistero.

Nel componimento confluiscono diversi temi cari a Pascoli. Primo fra tutti quello del “nido” infranto: la famiglia Pascoli viene colpita al cuore dalla morte violenta del padre, figura centrale dell’unità familiare. Vi è poi il tema della natura vista come confidente silenziosa e complice dell’uomo: la cavallina è umanizzata, prova sentimenti (amore per il padrone, paura, fedeltà) e la madre la tratta come una figlia o una sorella a cui rivolgersi nel momento del bisogno. Questa fusione tra umano e animale è tipica della visione pascoliana, in cui il mondo naturale è permeato di significati profondi e segreti, decifrabili solo con la sensibilità pura dell’infanzia.

Letteratura e psicologia: empatia e linguaggio non verbale ne La cavalla storna

Infine, il componimento può essere interpretato anche come una riflessione sulla comunicazione. Di fronte all’ineffabilità della morte e all’omertà degli uomini, rimangono soltanto i segni non verbali (il gesto, il suono, la postura) a trasmettere un messaggio di verità e di amore. In prospettiva psicologica, questa situazione richiama il ruolo centrale della comunicazione non verbale nei contesti di trauma: quando le parole sono impossibili o inadatte, l’essere umano (e in questo caso anche l’animale) ricorre a segnali alternativi, più immediati e istintivi, che possono essere letti e interpretati da chi possiede la giusta predisposizione emotiva.

Il nitrito della cavalla non è un semplice verso animale, ma un atto comunicativo paralinguistico: non ha valore semantico, ma possiede una forte carica emotiva e relazionale. La madre lo decodifica attraverso un processo di empatia proiettiva, ossia attribuendo a quel suono un significato coerente con il contesto e con la sua esperienza affettiva. È la relazione profonda con l’animale – custode silenzioso di un segreto – a rendere possibile questa interpretazione.

In psicologia, fenomeni simili si osservano nelle dinamiche della comunicazione empatica, come descritto da Carl Rogers (psicologo statunitense), in cui il significato non è trasmesso da un codice linguistico formale, bensì “sentito” attraverso la sintonia emotiva. Allo stesso modo, studi di Paul Ekman (psicologo statunitense) dimostrano che i segnali non verbali (microespressioni, inflessioni vocali, gesti) possono trasmettere verità e stati emotivi anche in assenza di parole.

La scena finale della poesia mostra dunque come la verità possa emergere nonostante il silenzio imposto dagli uomini: non è una verità “giuridica”, verificabile con prove materiali, ma una verità emotiva, percepita col cuore. Il ritorno notturno della cavalla con il corpo del padrone e il nitrito che spezza il silenzio diventano simboli di una comunicazione pura e incontaminata, che supera i limiti del linguaggio e si radica nel legame affettivo.

In questo senso, La cavalla storna è sì la rievocazione di un lutto privato, ma soprattutto una meditazione universale sul potere dei linguaggi non verbali e sull’importanza della sensibilità emotiva nel riconoscere e interpretare messaggi che sfuggono alle parole. Pascoli riesce così a trasformare un fatto di cronaca personale in una fiaba tragica dal valore universale, dove la natura diventa alleata dell’uomo e portatrice di giustizia silenziosa, capace di parlare a chi sa ascoltare.

 FIGURE RETORICHE

Allitterazione: «frangean la biada con rumor di croste» – ripetizione delle consonanti r e c per imitare acusticamente il rumore secco della masticazione. v. 4

Anafora: ripetizione all’inizio di più strofe dell’espressione «O cavallina, cavallina storna» per creare un tono di invocazione e sottolineare l’ossessione del ricordo. vv. 11-12, 23-24, 35-36, 47-48:

Anastrofe: «avea del mar gli spruzzi» invece di “aveva gli spruzzi del mare”, inversione sintattica per cui l’ordine normale è rovesciato; ciò conferisce un tono letterario e ritmicamente efficace al verso. v. 7

Antitesi: «lo riportavi tra il morir del sole, / perché udissimo noi le sue parole» – contrapposizione tra la fine della vita e la speranza di ascolto. vv. 42-43

Climax: progressione di intensità emotiva: dalla quiete iniziale della stalla, alle invocazioni sempre più accorate della madre, fino al nitrito finale.

Enjambement: ce ne sono molti nel testo, tra cui «alle lor poste / frangean» vv. 3-4; «gli spruzzi / ancora» vv. 7-8.

Epifora: ripetizione alla fine di più strofe della frase «…che portavi colui che non ritorna».

Eufemismo: «colui che non ritorna» – espressione attenuata per indicare la morte del padre senza nominarla direttamente.

Iperbole: «tu che ti senti ai fianchi l’uragano» – esagerazione che esprime la natura impetuosa e selvaggia della cavalla, legata alla sua origine marina, in contrasto con la sua docilità verso il giovane padrone – v. 17.

Iterazione lessicale: ripetizione insistita di «O cavallina, cavallina storna» a più riprese, con effetto di litania (preghiera).

Metafora: «il silenzio era già alto» – il silenzio reso come elemento fisico e imponente – v. 1;
«hai nel cuore la marina brulla» – il mare rappresenta la natura selvaggia – v. 19;
«dentro gli occhi il fuoco delle vampe» – “fuoco” come luce delle fucilate – v. 40.

Metonimia: «nelle froge avea del mar gli spruzzi» – “froge” per indicare respiro/olfatto – v. 7;
«briglie» per indicare genericamente il controllo del cavallo – v. 16.

Onomatopea implicita: «rumor di croste» – imitazione sonora dello spezzarsi della biada – v. 4.

Personificazione: «Sussurravano i pioppi» – gli alberi sono animati come esseri viventi – v. 2;
La cavalla stessa è una personificazione: è capace di comprendere, amare e rispondere con il nitrito.

Poliptoto: «ritorna» / «ritornerà» – stessa radice verbale ripetuta in forme diverse – vv. 12 e 48.

Sinestesia: «il fuoco delle vampe» – unione di sensazioni visive (fuoco) e termiche (vampe) – v. 40.

 Clicca qui per ripassare le figure retoriche

Casa Pascoli

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