I Malavoglia di Giovanni Verga

by Erik Lazzari

I Malavoglia di Giovanni Verga
Presentazione dell’opera e trama: versione approfondita e riassunto

Presentazione dell’opera

Giovanni Verga, esponente del Verismo italiano, nel 1875 iniziò a progettare un “bozzetto marinaresco” (abbozzo narrativo ambientato nel mondo dei pescatori) dal titolo “Padron ‘Ntoni”. In quell’anno comunicò all’editore Traves di Milano di aver composto una sorta di romanzo incentrato sulle vicende di un’umile famiglia di pescatori siciliani. Dopo tre anni di lungo lavoro, nel maggio del 1878 l’autore annunciò all’amico scrittore Luigi Capuana che il “bozzetto” si era trasformato in un vero e proprio romanzo: “I Malavoglia”. Le varie modifiche e gli ampliamenti apportati furono svolti in rapporto alla progettazione della serie di romanzi intitolata il “Ciclo dei vinti”. Tale evoluzione era dovuta all’approfondimento della poetica del Verismo e alla lettura del romanzo “L’assommoir” (L’ammazzatoio) di Émile Zola.
Dopo una lunga gestazione (periodo di elaborazione dell’opera) il romanzo venne pubblicato nel 1881. I Malavoglia, dunque, nacque come un “romanzo sperimentale”, basato sulla nuova poetica del Naturalismo francese. La sperimentazione, oltre alla forma e all’impianto narrativo, riguarda i temi sociali, i modi di pensare e di parlare dei personaggi e i contenuti.

La vicenda

Il romanzo si svolge negli anni successivi all’Unità d’Italia (1861), tra il 1863 e il 1878, e l’azione narrativa incomincia nel settembre del 1865.
I Malavoglia è incentrato sulle drammatiche vicende di un’umile famiglia di pescatori di Aci Trezza (un comune sito nei pressi di Catania), detta “famiglia Toscano”, ma nota con il soprannome di “Malavoglia”. È il primo romanzo del progetto il “Ciclo dei vinti” con il quale Verga vuole evidenziare come i ceti più umili subiscano in modo negativo gli effetti del progresso, poiché destinati a essere travolti dalla modernità e dalle dure regole della “lotta per la vita”.

Il mondo arcaico-rurale di Aci Trezza si presenta realistico (l’articolarsi del tempo) e legato a tradizioni: i proverbi (la tradizione della casa, personificata nella figura di padron ‘Ntoni: l’uomo-proverbio), le liturgie (la tradizione religiosa), il ciclo delle stagioni e il lavoro dei campi (la tradizione della terra); è altresì “reale” lo spazio: i luoghi del romanzo sono quelli tipici di un paese “messo in piazza”: la farmacia, dove si incontrano gli intellettuali; il sagrato, dove si ritrovano i commercianti e gli affaristi; l’osteria di Santuzza, in cui presenziano i proletari (secondo l’ideologia Marxista: i lavoratori dipendenti) e gli sfaccendati; il lavatoio e la fontana, punti di riferimento delle comari.

Verga ricorre proprio a questi particolari narrativi per mettere in scena una pluralità di piccole storie, individuali e familiari, che si intrecciano e si sviluppano. L’autore, dunque, per ricostruire la complessa realtà di un villaggio “tipico”, assume l’“ottica del microscopio”, ovvero svolge un’attenta analisi dei minimi dettagli adottando il punto di vista di colui che vede quella realtà. «Bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori».

Nei Malavoglia emerge lo scontro tra tradizione e modernità; il romanzo, infatti, si basa sulla contrapposizione tra due visioni del mondo:

  • la fedeltà ai valori tradizionali e a una visione della realtà arcaica e statica;
  • l’irrompere della modernità e del progresso, fondati sulla ricerca continua dell’utile economico.

Nei Malavoglia tale motivo è incarnato da due personaggi tra loro opposti:

  • da una parte vi è Padron ‘Ntoni che rappresenta il vecchio patriarca, capo della “casa del nespolo”; è l’immagine di colui che resta fedele al suo lavoro di pescatore tramandato da generazioni e il suo ruolo è difendere l’onestà;
  • dall’altra vi è l’usuraio zio Crocifisso, simbolo dell’avidità di guadagno (in quanto pensa solo all’utile).

Il significato del romanzo: una conclusione problematica

Il significato generale è anticipato nella “Prefazione” dell’opera «le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola vissuta fino allora relativamente felice, la vaga bramosìa dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio».
Dalla “Prefazione” evince il cupo pessimismo verghiano, che vuole evidenziare come «ogni tentativo di cambiare condizione sociale porta alla sconfitta personale e alla disgregazione del nucleo familiare».
È proprio il vecchio patriarca, padron ‘Ntoni, custode delle tradizioni, a cadere nella tentazione (si è impegnato in un affare di lupini  che è risultato un disastro).
La scena finale si sofferma sul definitivo addio di ‘Ntoni alla “casa del nespolo” e al paese. Il romanzo si conclude con un segnale di ripresa per Aci Trezza, ma il protagonista principale è ormai escluso poiché punito per aver tradito l’“ideale dell’ostrica” (l’accettazione del proprio stato) e dunque costretto ad abbandonare i valori della famiglia che egli stesso ha tradito (attratto dal progresso). 

Il “coro paesano”

Il romanzo è corale poiché il vero protagonista-narratore è un intero paese che, con la rispettiva popolazione, rimarca la realtà sociale della Sicilia negli anni successivi all’Unità
d’Italia. Tuttavia, il narratore non scompare mai del tutto: egli indossa di volta in volta la maschera del personaggio che gli interessa in quel preciso momento, conferendo l’impressione che sia un’intera comunità a parlare, a pensare e ad agire.

 Gli spazi e i tempi

Il mondo arcaico della famiglia dei Malavoglia è incarnato nella casa del nespolo, e si contrappone idealmente agli altri luoghi in cui si svolge la vita sociale: l’osteria della Santuzza e la chiesa.
Il mare è sia una fonte di sostentamento che portatore di morte per i Malavoglia (lo si comprende dalla trama).
Anche il tempo assume una doppia valenza: al tempo ciclico dello spazio rurale si contrappone il tempo dinamico e lineare della storia.
Nella prima parte della vicenda, infatti, prevale un ritmo narrativo lento, che richiama la staticità del mondo premoderno, mentre con il susseguirsi degli eventi il racconto subisce una progressiva accelerazione.

Le novità formali e la sperimentazione linguistica

La lingua utilizzata nei Malavoglia non è il dialetto siciliano, ma una sorta di italiano dialettizzato: una lingua che nella realtà non esiste e che è stata ricostruita dallo scrittore. L’autore evita di esprimere giudizi espliciti e, attraverso la regressione, affida la narrazione a un coro di parlanti popolari interno al villaggio di Aci Trezza.
Verga, nei Malavoglia, adotta il discorso indiretto libero: una tecnica narrativa che consente di riprodurre il parlato siciliano dei ceti bassi, evitando di ricorrere al discorso diretto (Egli disse: “…”)  o al discorso indiretto (Egli diceva che…). Le vicende, dunque, vengono rappresentate attraverso lo sguardo e le parole dei protagonisti, con esiti di assoluto realismo.

LA TRAMA

La prima parte, introduttiva, comprende i capitoli dal I al IV. Il tempo del racconto occupa un arco temporale di circa due anni: dal dicembre del 1863 al settembre del 1865.
La famiglia Toscano, conosciuta come Malavoglia, vive nei pressi di Catania, ad Aci Trezza, ed è composta dal nonno (il vecchio padron ‘Ntoni), da suo figlio Bastianazzo, dalla nuora Maruzza (detta “la Longa”, per la sua bassa statura) e dai cinque nipoti: ‘Ntoni, Mena, Luca, Alessi e Lia.
I Malavoglia vivono nella “casa del nespolo” e sono pescatori.

L’antefatto si svolge nel 1863, con la partenza del nipote ‘Ntoni per il sevizio di leva; questo allontanamento, sottrae alla famiglia un importante aiuto nel lavoro. Per necessità di guadagno, dopo qualche tempo, il vecchio padron ‘Ntoni acquista a credito una partita di lupini (legumi commestibili) dallo zio Crocifisso, l’usurario del paese. Bastianazzo, con l’intento di rivenderli nel vicino porto di Riposto, carica i lupini sulla propria barca (detta “Provvidenza”), e si mette in viaggio.

Il capitolo II narra le chiacchiere della popolazione di Aci Trezza su tale “negozio” azzardato di lupini.

Nel capitolo III viene raccontato, non direttamente ma attraverso le relazioni che suscita in paese, il naufragio della Provvidenza, avvenuto mentre Bastianazzo era partito alla volta di Riposto.

Nel capitolo IV si celebra il funerale di Bastianazzo, morto in mare a seguito del naufragio della Provvidenza.

La seconda parte del romanzo occupa i capitoli dal V al IX e il tempo del racconto interessa una quindicina di mesi: dall’autunno del 1865 alla fine del 1866.

I Malavoglia si impegnano con tutte le loro forze per saldare il debito contratto con lo Zio Crocifisso e cercano di ottenere una dilazione (rateizzare nel tempo) fino alla raccolta delle olive. Nel contempo la Provvidenza viene ritrovata e successivamente affidata a mastro Zuppiddu per le riparazioni. Intanto ritorna ‘Ntoni dalla leva (al suo posto parte il giovane Luca), che si presenta sempre più insofferente alla miseria e al duro lavoro; malgrado la mancanza di entusiasmo, per guadagnarsi da vivere, affianca il nonno nel lavoro come pescatore.

L’avvocato Scipioni di Catania consiglia di non pagare il debito, ma padron ‘Ntoni vuole rispettare (senso di onestà – tradizione) la parola data. Una volta rientrati ad Aci Trezza, i Malavoglia pattuiscono e precisano con il mediatore “Piedipapera” che, qualora non potessero saldare il debito, lasceranno la “casa del nespolo”.

Nel frattempo il giovane ‘Ntoni si innamora di Barbara Zuppidda, figlia di mastro Zupiddu, e inizia a lusingarla, entrando in conflitto con i corteggiatori della ragazza, tra cui il brigadiere don Michele e il barbiere Vanni Pizzuto.
La Longa (Maruzza) viene ingannata da don Silvestro e rinuncia all’ipoteca dotale (ipoteca sui beni del marito per garantire la dote della moglie in caso di divorzio), consentendo così allo zio Crocifisso di mettere le mani sulla “casa del Nespolo”. Non avendo risanato il debito, i Malavoglia sono costretti a trasferirsi in affitto nella casa del beccaio.
Questa scelta forzata, però, causa delle ripercussioni sui nipoti: la Mena, innamorata del carrettiere Alfio Mosca, era stata promessa dal nonno a Brasi (figlio di padron Cipolla), ma questi – padron Cipolla – non vuole più che il figlio si sposi con una nullatenente: si rompe definitivamente il fidanzamento. Anche Barbara viene negata a ‘Ntoni. Pertanto, i Malavoglia sono ora abbandonati e isolati da tutti.
La seconda parte si conclude con la triste notizia che Luca, durante il servizio di leva, è morto nella battaglia di Lissa (20 luglio 1866 – scontro navale nell’ambito della terza guerra di indipendenza italiana).
Il capitolo X è dedicato al secondo naufragio della Provvidenza, avvenuto durante una tempesta in cui padron ‘Ntoni è rimasto gravemente ferito.

La terza parte del romanzo include i capitoli dall’XI al XV e copre gli anni dal 1867 al 1877/78. Ogni capitolo comprende talvolta diversi mesi e talora alcuni anni.

Padron ‘Ntoni si ristabilisce, ma si accentuano i contrasti tra lui e il ribelle nipote ‘Ntoni, che vorrebbe partire in “cerca di fortuna” e pertanto decide di dirigersi a Trieste. 

Nello stesso tempo i Malavoglia sono obbligati a vendere anche la barca per risanare il debito e, tra una disgrazia e l’altra, un’epidemia di colera si porta via la Longa.

Nel capitolo XII ‘Ntoni ritorna ad Aci Trezza, lacero e senza soldi, e inizia a condurre una vita sregolata: vive all’osteria e si dà al contrabbando (un traffico clandestino di merci tra stati diversi senza il pagamento dei dazi doganali).
Padron ‘Ntoni e il nipote Alessi continuano a impegnarsi nel tentativo di riscattarsi e, una volta venduta la Provvidenza, si mettono alle dipendenze di padron Cipolla.
In una notte di pioggia, ‘Ntoni viene sorpreso nei suoi loschi affari insieme a Rocco Spatu, a Mariano Cinghialenta (frequentatore dell’osteria) e al figlio della Locca (sorella dello zio Crocifisso); mentre sfuggono alle guardie, durante una lite, ‘Ntoni accoltella il brigadiere don Michele, che insidia sua sorella Lia.
Padron ‘Ntoni, senza badare a spese, ricorre all’avvocato Scipioni, il quale, durante il processo, imposta la difesa sul delitto d’onore (‘Ntoni ha compiuto tale gesto per difendere l’onore della sorella Lia). ‘Ntoni è comunque condannato a cinque anni di carcere e Lia, sconvolta poiché resa nota la sua relazione con don Michele, scappa dal paese e si dà alla prostituzione a Catania (capitolo XIV).  Padron ‘Ntoni, ferito profondamente nei suoi sentimenti, finisce i suoi giorni all’ospedale di Catania, solo e abbandonato da tutti.

Solamente Alessi, insieme alla sorella Mena, sopravvive alla disgregazione della famiglia: sposa la cugina Nunziata e con il suo duro lavoro riesce a riscattare la “casa del nespolo”. Con loro viene accolta anche la sorella minore Mena. ‘Ntoni, uscito di prigione, una sera si presenta alla “casa del nespolo”, ma il fratello non lo riconosce come membro della famiglia. La mattina seguente, “colla sua sporta sotto il braccio”, ‘Ntoni, si rimette in viaggio e si allontana per sempre da Aci Trezza (avendo egli infangato la casa, riconquistata dai puri, non può più risiedervi).

RIASSUNTO

Presentazione dell’opera

I Malavoglia di Giovanni Verga, inizialmente nato come “bozzetto marinaresco” intitolato Padron ‘Ntoni (1875), è divenuto un vero e proprio romanzo sperimentale solamente nel 1878.
I Malavoglia, pubblicato nel 1881, appartiene a un ciclo di cinque romanzi (il Ciclo dei Vinti).
Le vicende del romanzo si svolgono tra il 1863 e il 1878, negli anni successivi all’Unità di Italia (1861), e narrano le disgrazie di un’umile famiglia di pescatori di Aci Trezza (comune sito nei pressi di Catania): la famiglia Toscano, conosciuta con il soprannome Malavoglia.
Giovanni Verga vuole evidenziare come i ceti più umili subiscano in modo negativo gli effetti del progresso, poiché destinati a essere travolti dalla modernità e dalle dure regole della “lotta per la vita”.
Nel romanzo emerge la contrapposizione tra la tradizione (il mondo arcaico- rurale di Aci Trezza si presenta realistico e legato alle tradizioni) e la modernità (il progresso sviluppatosi dopo l’unificazione italiana). Questo motivo è incarnato da due personaggi tra di loro opposti: Padron ‘Ntoni (patriarca e fedele al suo lavoro e alle tradizioni) e lo zio Crocifisso (simbolo dell’avidità del guadagno).

Il significato del romanzo

Il significato è anticipato nella Prefazione dell’opera, entro cui è possibile cogliere il cupo pessimismo verghiano secondo il quale «ogni tentativo di cambiare condizione porta alla sconfitta personale e alla disgregazione del nucleo familiare».
È proprio il vecchio padron ‘Ntoni, custode delle tradizioni, a cadere nella tentazione del progresso (si è impegnato in un affare di lupini che è risultato un disastro).
Il romanzo si conclude con un segnale di ripresa per Aci Trezza, ma padron ‘Ntoni è ormai escluso poiché punito per aver tradito l’“ideale dell’ostrica” e dunque costretto ad abbandonare i valori della famiglia.

Il “coro paesano”

Il romanzo è corale: il protagonista-narratore non è un singolo personaggio, bensì un intero paese con la propria popolazione che rimarca la realtà sociale della Sicilia negli anni successivi l’Unità di Italia.

Gli spazi e i tempi

Il mondo arcaico dei Malavoglia è concentrato nella “casa del nespolo” e si contrappone ad altri luoghi in cui si svolge la vita sociale: l’osteria della Santuzza e la chiesa.
Il mare rappresenta sia una fonte di sostentamento, in quanto i Malavoglia sono pescatori, che di morte e sconfitta (muore Bastianazzo e si disperde il carico di lupini).
Anche il tempo assume una doppia valenza: al tempo ciclico dello spazio rurale si contrappone il tempo dinamico e lineare della storia.

 Le novità formali e la sperimentazione linguistica

Giovanni Verga, per i Malavoglia, non ricorre al dialetto siciliano, ma a una sorta di italiano dialettizzato: una lingua che nella realtà non esiste e che è stata ricostruita dall’autore.
Verga adotta il discorso indiretto libero: una tecnica narrativa che consente di riprodurre il parlato siciliano dei ceti bassi, evitando di ricorrere al discorso diretto (Egli disse: “…”)  o al discorso indiretto (Egli diceva che…). Le vicende, dunque, vengono rappresentate attraverso lo sguardo e le parole dei protagonisti, con esiti di assoluto realismo.

 LA TRAMA

Il romanzo è costituito da 15 capitoli raggruppati in tre grandi parti.

La prima parte occupa un arco temporale di circa due anni: dal dicembre del 1863 al settembre del 1865.
La famiglia Toscano, conosciuta come Malavoglia, vive nei pressi di Catania, ad Aci Trezza, ed è composta dal nonno (il vecchio padron ‘Ntoni), da suo figlio Bastianazzo, dalla nuora Maruzza (detta “la Longa”, per la sua bassa statura) e dai cinque nipoti: ‘Ntoni, Mena, Luca, Alessi e Lia.
I Malavoglia vivono nella “casa del nespolo” e sono pescatori.

Nel 1863 il nipote ‘Ntoni parte per il servizio di leva, sottraendo alla famiglia un importante aiuto nel lavoro.
Per necessità di guadagno padron ‘Ntoni acquista a credito, dallo zio Crocifisso, una partita di lupini da vendere nel porto di Riposto, ma, durante il viaggio, la barca (detta Provvidenza) affonda: muore il figlio Bastianazzo e i lupini vengono dispersi in mare.

La seconda parte interessa una quindicina di mesi: dall’autunno del 1865 alla fine del 1866.
La Provvidenza viene ritrovata e successivamente affidata a mastro Zupiddu per le riparazioni. ‘Ntoni ritorna dalla leva (al suo posto parte il giovane Luca) e, per guadagnarsi da vivere, affianca il nonno nell’attività di pescatore.
La famiglia Malavoglia si impegna per sanare il debito con lo zio Crocifisso, nonostante l’avvocato Scipioni abbia consigliato loro di non pagarlo. La Longa, ingannata da don Silvestro, rinuncia all’ipoteca dotale e permette allo zio Crocifisso di prendersi la “casa del nespolo”. I Malavoglia sono ormai abbandonati da tutti.

La terza parte copre gli anni dal 1867 al 1877/78.
Il nucleo familiare si disgrega: il nipote Luca muore, durante il servizio di leva, nella battaglia di Lissa del 20 luglio 1866; ‘Ntoni parte in “cerca di fortuna” ma, rientrato in paese, è più povero di prima e inizia a condurre una vita sregolata: vive all’osteria e si dà al contrabbando. Una sera, durante una lite, ferisce il brigadiere don Michele (corteggiava la sorella Lia) e, dopo il processo, viene condannato a 5 anni di prigione;
un’epidemia di colera si porta via la Longa; il vecchio padron ‘Ntoni, ferito profondamente nei suoi sentimenti, si ammala e, abbandonato dalla famiglia, muore all’ospedale di Catania.
Solamente Alessi, con il suo lavoro, riesce a riscattare la “casa del nespolo” e nel frattempo si sposa con la cugina Nunziata. Con loro viene accolta la sorella minore Mena.
‘Ntoni, uscito di prigione, una sera si presenta alla “casa del nespolo”, ma il fratello non lo riconosce come membro della famiglia. La mattina seguente ‘Ntoni è obbligato a ripartire, poiché la casa è stata riconquistata dai puri e chi non ha rispettato le tradizioni non può più viverci. 

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